Il giornalismo sparirà dal nostro feed?

Conversazioni, interazioni, discussioni significative. Principalmente con amici e famiglia. Sono queste le parole d’ordine dell’ultimo aggiornamento dell’algoritmo di Facebook.

Like, share, gruppi, commenti di chi amiamo, di chi posta qualcosa di significativo per noi. L’obiettivo di Facebook è sempre stato quello di tenerci dentro il suo ecosistema più tempo possibile. E per farlo è necessario che il tempo passato lì sopra ci piaccia, tanto. Non solo: è importante che dentro la nostra “filter bubble” possiamo confermare quello che pensiamo, sentirci appagati, ridurre il conflitto e aumentare il nostro senso di benessere. In quest’ottica, quindi, il “nuovo” algoritmo premierà ancora di più le interazioni significative tra le persone più vicine a noi. Niente di estremamente eclatante, Facebook in questi anni lo ha sempre dichiarato.

Ma cosa cambierà per il mondo dell’informazione?

Posto che Facebook ha più volte accarezzato l’idea di definirsi una media company e di fare del giornalismo uno dei suoi business, salvo poi fare dei decisi passi indietro, il punto centrale di questo aggiornamento è capire come cambierà il nostro modo di informarci e cosa succederà ai media che, sempre di più in questi anni, hanno usato Facebook come principale canale di distribuzione dei contenuti.

Partiamo da qualche numero: secondo Parse.ly da febbraio 2017 a ottobre 2017 c’è stato un calo del 25% del traffico proveniente da Facebook diretto ai siti di news: un’anticipazione di quello che stiamo vedendo oggi.

Giovedì scorso gli editori che fanno parte del Facebook Journalism Project hanno ricevuto questa lettera da Campbell Brown, Facebook’s Head of news partnerships. Il suggerimento, non tanto velato, è quello di creare un pubblico interessato ai contenuti e che, allo stesso tempo, abbia voglia di condividerli, commentarli, farli diventare in qualche modo un’esperienza personale.

Ecco, fermiamoci per un attimo su di noi. Che leggiamo abitualmente (e principalmente) le notizie da Facebook. Se per il “grande blu” le news sono un contenuto passivo, generalmente incapaci di scalare il nostro feed autonomamente, come possono fare gli editori a farsi leggere, trovare e a monetizzare?

Per aumentare il volume della conversazione è necessario parlare con chi legge, rispondere alle loro domande, rilanciare e creare un dibattito. Per questo, nel prossimo futuro, nasceranno sempre di più Gruppi collegati alle pagine dei giornali online, divisi per argomenti, quello che Jeff Jarvis definisceconversational journalism”.

Vox, per esempio, ha già fatto un esperimento che è diventato un caso studio, trasformando le conversazioni del proprio gruppo su Obamacare in un podcast seguitissimo. Trovare il proprio pubblico, ascoltarlo e sviluppare canali alternativi alla distribuzione classica, quella su Facebook. Questa sarà la sfida nella sfida. Portare il contenuto di qualità a chi è disposto ad ascoltare, leggere, guardare. E pagare. Il Daily Beast e Bloomberg lo stanno già facendo (su Flipboard e Line), mentre c’è un altro esempio da guardare con grande attenzione: quello delle newsletter tematiche. Capaci, se create in sinergia con un luogo di conversazione e di ascolto, come un gruppo o un forum, di diversificare l’offerta giornalistica e informativa a seconda degli interessi e di andare oltre la piattaforma Facebook. La settimana scorsa The New Yorker ha “scippato” a Buzzfeed il direttore delle newsletter Dan Oshinsky a dimostrazione di quanto sia centrale questo punto da quelle parti.

Quindi? È tutto finito? No. Facebook continuerà a servire ai media, eccome. E sarà ancora importantissimo. Aiuterà a trovare il pubblico e a “portarlo” verso i propri contenuti.

Il rapporto tra media e Facebook, però, è destinato a subire un profondo cambiamento. Ed è proprio qui che comincia una missione complicata: emanciparsi dal canale di distribuzione e trasportare le persone verso una piattaforma diversa da Facebook. Solo così si è più forti dell’algoritmo e di ogni suo cambiamento.


Questo post è stato pubblicato su Wired Italia (qui c’è il link originale)

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